giovedì 30 luglio 2009

Quando son nato io


Quando son nato io era d’estate,l’uomo era formica e con le case sconquassate. Pietre, mani, amori e beni dispersi o cancellati da una guerra devastante che neri, ricchi, preti, e poi rossi e poi tutti quanti, avevano acceso e propagata.


Quando son nato io le parole erano scritte sulle facce il lavoro sulle mani e l’educazione negli schiaffi. L’esperienza era incisa nelle rughe della faccia e la fretta nei pedali della bicicletta.


La fame era antica come un blasone, celata ma manifesta. Il dovere di essere, era inchiodato nella condizione dei compiti, dei doveri e dei debiti. Il respiro era stretto nella fatica e tagliato dal fumo, l’amore era bestiale e le pance delle donne sporte pietose.


Il credo era nel Signore, nel ricco, nel Diavolo e nei Santi, e tutti li temevi, tutti quanti. Le tasche suonavano di spiccioli e di cortesia, le scarpe erano di altri e con le toppe sopra e sotto. I vestiti erano un dono, usati e rivoltati e il pane era a tozzi, fresco o secco mai una briciola a terra.


Il rumore dei mestieri era anche bello, musicale, stimolante, anche odoroso, e ogni bottega scodellava il suo.

Quando son nato io…

Leo Farinelli

VORREI

Vorrei incontrare mio babbo, Rino, mi manca da 50 anni ormai, e farlo dal momento che è mancato; erano le tre del mattino ed io ero già vestito e pronto a seguirlo nel suo lavoro d’ambulante di frutta. Lui era andato al bar a prendersi un Te, mentre io mi alzavo dal letto e mi lavavo, poi mi avrebbe fatto un fischio e io sarei sceso e partito con lui, col motofurgone già carico di castagni e noci da rivendere al mercato.
Stanco di aspettarlo mi ero seduto e avevo appoggiato la testa al tavolo. Nel dormiveglia avevo sentito salire le scale e poi suonare alla porta. Non era lui. Era un coinquilino che aveva ricevuto una telefonata dal Pronto Soccorso; mio babbo aveva avuto un incidente stradale, mentre col motore si avviava dal bar per tornare a casa, un’autocisterna in manovra l’aveva agganciato e tirato sotto.
Ecco, vorrei che quel fazzoletto di tempo fosse smacchiato per poter riprendere il dialogo che si è interrotto. Basterebbe un soffio per rispolverare l’amore e la complicità di girovaghi che ci univano, basterebbe uno sguardo tra noi per riprendere l’affinità di due persone che stavano tre passi oltre al legame tra padre e figlio. Come se ognuno di noi fosse stato boccone per l’altro.
Comunque lo incontro spesso, l’ho accanto nella vita di tutti i giorni, gli parlo, gli mostro la città com’è divenuta, discuto con lui del mio lavoro, dei miei hobby, e alle volte, andiamo oltre la terrena pazzia e ridiamo, e fantastichiamo sull’avvenire che non abbiamo avuto, io e lui assieme, e quindi all’interno della famiglia. Suppongo m’accompagnerà fino alla fine del mio viaggio attraverso il tempo, in fondo è quanto può fare un padre.
Poi vorrei incontrare i colori, tutti, e bearmi con loro, ubriacarmi di luce e di tonalità, quindi chiedere ad ognuno di rivelarmi le alchimie nel fondersi con altri, i segreti più arcani, quelli che ancora non ho potuto penetrare con la fantasia e col pennello.
A notte fonda vorrei incontrare le sette sorelle che salgone e scendono la scala musicale, e assieme a loro vorrei comporre quella melodia ch’è inquietudine e tenerezza interiore che m’accompagna. Vorrei svelare il dialogo che l’uomo tiene in ombra, diffonderlo e rispondere alla domanda d’amore che da secoli egli pone a sè stesso e a tutti gli altri.
Poi vorrei incontrare Celeste, la figlia che non ho avuto, concepita ma volata via prima di arrivare alla luce. Sì vorrei vederla, carezzarla con lo sguardo e dirle piano quanto mi manca, girarle attorno ginocchioni, piano, per non turbarla.
Vorrei incontrare Gesù per riferirgli cose che già sa di noi tutti, per lamentarmi come sempre e come farebbero tutti. Vorrei lodarlo per quello che per me rappresenta; un rivoluzionario non violento che ha cercato d’insegnarci l’uguaglianza, un minimo di socialità, l’amore per il genere umano. Poi vorrei fargli una domanda - La tua scelta è valsa la pena?-
Vorrei ritrovare Roberto, l’amico di cento ragazzate e di lavoro, vorrei abbracciarlo e dirgli, gridargli - “non dovevi impiccarti nel garage perché eri gay, eri comunque un uomo. Guarda noi cosa siam capaci di fare pur di continuare a vivere”.
Infine alle prime luci dell’alba vorrei incontrare coloro che son anime care ormai, quindi tutti coloro che conosco e anche le persone e che dovrò conoscere. Anche tutti coloro che ho letto, che ho ammirato, che ho cantato, che ho amato, pensato, emulato, bestemmiato e maledetto anche. Vorrei incontrarvi tutti, fratelli e sorelle che mi spuntate da ogni parte tra la nebbiolina. Vi verrei incontro con gavettini di caffè fumante e una stretta di mano.
Leo Farinelli

lunedì 27 luglio 2009

Le parole per dirglielo...
è inutile cercare le più belle, le più esotiche, le più difficili, le più lontane e sconosciute al suo cuore. E' inutile tutto ciò. Guardala negli occhi, dentro, fino a farle un dolcemale. Capirà.

sabato 25 luglio 2009

Le persone che incontri lungo il cammino attraverso il tempo, possono divenire importanti per te e come lampadine accendersi e spegnersi a seconda del tuo incedere e della loro energia. Il tuo amore o il tuo odio faranno si che qualcuna di quelle rimanga sempre accesa. Anche nel buio più assoluto o in pieno sole ti accompagneranno sempre. Comunque.

giovedì 23 luglio 2009


Il RIPOSTIGLIO DEGLI ATREZZI
“Il concepimento”

Da qualche tempo l’esercito tedesco e quello di liberazione, avevano preso a spedirsi acciaio incandescente su di un fronte molto esteso, linea che attraversava tutta la Romagna e proprio in quei giorni, quella micidiale corrispondenza, si accaniva a cadere anche sulla città di Forlì e a caso, sulle campagne e paesi vicini.
Anche quella mattina di metà ottobre del 1944 e come accadeva sempre all’improvviso, nell’intenso agreste silenzio, cannoni e mortai avevano ripreso a lanciare nelle invisibili, ma calcolate parabole, i loro mortali saluti ai dovuti indirizzi.
Chissà per quale nascosta strategia era successo, ma proprio il paese di S. Tomè, un raccolto di case coloniche distribuite sui campi, si era trovato a fare da bersaglio a un copioso e insolito tiro d’artiglieria. In pochissimo tempo, gli abitanti e gli sfollati ospitati, erano fuggiti dalle case cercando e trovando un immaginario rifugio nei campi, dentro ai fossi, nelle stalle, nel fondo di buie cantine, calandosi dentro ai pozzi dell’acqua.
Tra quegli sfollati c’erano anche i miei futuri genitori, il ventitreenne Rino Farinelli e Rosa Manbelli coi suoi vent’anni, e colui che avrei trovato come fratello, Gaetano, nato tre anni prima. Erano anch’essi fuggiti dalla città perché rimasti senza dimora, andata distrutta sotto un pesante bombardamento. In quella vicina campagna, una famiglia di contadini (il più anziano di loro era detto “Angiulì”), li aveva accolti e ospitati in cambio dell’aiuto che potevano dare nei lavori di casa e nei campi.
In quel momento essi si trovavano dietro il casale intenti ad accatastare la legna per l’inverno, ma appena sentita la pioggia di granate, avevano afferrato al volo Gaetano ed erano fuggiti verso l’aia, dopo averla attraversata si erano precipitati dentro alla stalla.

Là, in fondo al locale e vicino allo spazio destinato a dispensa e granaio, vi era ancora spazio libero da persone e dopo aver scantonato le mucche, spostata la carriola e alcuni attrezzi, erano affondati tra la paglia, distesi e stretti l’uno all’altro.
Ad ogni esplosione vicina, tutto tremava e scricchiolava, lo spostamento improvviso dell’aria comprimeva lo stomaco, il petto, le orecchie delle persone e degli animali. In risposta allo schianto e subito dopo, si alzava il brusio di bocche che masticavano preghiere o brutali, disperate bestemmie, mentre più alte di tono galleggiavano nell’aria le urla spaurite dei bambini e il muggire delle mucche.
Lì, rincantucciati in quell’angolo e dopo qualche minuto trascorso a sussurrarsi parole di incoraggiamento, i loro corpi così vicini avevano cominciato a trasmettersi non solo coraggio, ma anche emozioni e calore e mamma Rosa, prima incredula, poi cosciente e turbata, aveva sentito premere contro di sé e insistentemente non solo il corpo eccitato di babbo Rino, ma anche il suo sesso palpitante e sassoso che le bussava alla coscia.
Per un paio di minuti aveva taciuto e confidato invano in una naturale ritirata del martellante guerriero, poi raccolto il disagio e altro coraggio, in un lungo sussurro aveva detto all’orecchio del pressante marito:
-Ma sei diventato matto? Con quello che ci sta piovendo addosso...non possiamo farlo, c’è il bambino, c’è la gente che va e viene, sono irrigidita per la paura che saltiamo tutti in aria...abbiamo i piedi nel letame e tu mi fai sentire le tue voglie! -
Riportato alla realtà delle cose, per qualche secondo babbo Rino aveva cessato di pretendere e si era scostato dal corpo che l’aveva acceso.
Probabilmente però, ormai troppo eccitato, non era riuscito nell’intento di rimandare l’arrembaggio e nel nuovo, improvviso assalto aveva fatto saltare le difese di mamma Rosa che dopo breve resistenza fisica e senza altri validi argomenti, inerme, aveva sospinto di lato Gaetano, poi si era disposta e accolto quel sesso in un frettoloso, sopportante, distratto abbraccio.

Nello stesso momento in cui babbo Rino si stava preparando per interrompere il coito, come era solito fare ed eiaculare nella paglia, era esplosa la granata a pochi centimetri dalla stalla, tutto e tutti erano barcollati e poi si era scatenato il pandemonio.
La porta che prima si apriva davanti alla dispensa era stata strappata dai cardini ed era volata in pezzi all’interno del locale e tutt’intorno. Una grossa scheggia di quel legno era finita lassù, contro un sacco di grano che si era rotto e i semi, sciolti dallo stretto abbraccio di iuta, erano caduti a cascata proprio sulla schiena di babbo Rino che credendo ad un crollo del soffitto, aveva contratto le reni e stretto a sé l’amata per proteggerla.
Quella ulteriore e forzata manifestazione di ardore, gli aveva impedito di compiere la dovuta e previdente manovra di distacco, al contrario, l’abbraccio ne aveva facilitato un’altra, e permesso il deposito del seme ove era naturalmente destinato.
Indifferenti del trambusto generale, per un paio di minuti erano rimasti così, audacemente allacciati e felici per lo scampato pericolo, poi sommessamente e a lungo avevano riso per l’imprevista ed esplosiva volontà del caso, che li aveva obbligati ad una involontaria e temuta semina.
L’anno dopo, nel mese di luglio, da quella seminagione nascevo io, inconsapevole scheggia umana finita tra le braccia e sul cammino di una giovane coppia, preda di tragici eventi e di irrinunciabili istinti.

Ogni volta che la mente rispolvera quell’episodio che conosco fin dall’infanzia, mi soffermo a pensare alla strana ma rigorosa alchimia che mi ha condotto sulla terra. Giro e rigiro attorno a quel singolare evento, che ha voluto un uomo e la sua donna coinvolti in un bombardamento e che lui, stranamente, fosse preda di un incalzante eccitazione sessuale.
Sono turbato da quel puntuale scoppio di granata e colpito anch’io dallo stesso pezzo di legno che strappa il sacco di grano, che innesca meccanismi tanto precisi, capaci di inchiodare mio babbo ove era penetrato, perché io potessi divenire.

Sì, devo confessare che in quei momenti di proiezione immaginaria, mi trovo a pensare che l’accaduto non può essere addebitato solo al concerto di svariati casi, ma probabilmente anche a una arcana e lontana volontà.
Leo Farinelli

martedì 21 luglio 2009

Tutti abbiamo dentro di noi un entroterra dove viviamo esperienze sconosciute agli altri e che contribuiscono alla nostra crescita fisica e spirituale.

lunedì 20 luglio 2009

Il tempo non passa, siamo noi che lo attraversiamo. Il tempo è.