Vorrei incontrare mio babbo, Rino, mi manca da 50 anni ormai, e farlo dal momento che è mancato; erano le tre del mattino ed io ero già vestito e pronto a seguirlo nel suo lavoro d’ambulante di frutta. Lui era andato al bar a prendersi un Te, mentre io mi alzavo dal letto e mi lavavo, poi mi avrebbe fatto un fischio e io sarei sceso e partito con lui, col motofurgone già carico di castagni e noci da rivendere al mercato.
Stanco di aspettarlo mi ero seduto e avevo appoggiato la testa al tavolo. Nel dormiveglia avevo sentito salire le scale e poi suonare alla porta. Non era lui. Era un coinquilino che aveva ricevuto una telefonata dal Pronto Soccorso; mio babbo aveva avuto un incidente stradale, mentre col motore si avviava dal bar per tornare a casa, un’autocisterna in manovra l’aveva agganciato e tirato sotto.
Ecco, vorrei che quel fazzoletto di tempo fosse smacchiato per poter riprendere il dialogo che si è interrotto. Basterebbe un soffio per rispolverare l’amore e la complicità di girovaghi che ci univano, basterebbe uno sguardo tra noi per riprendere l’affinità di due persone che stavano tre passi oltre al legame tra padre e figlio. Come se ognuno di noi fosse stato boccone per l’altro.
Comunque lo incontro spesso, l’ho accanto nella vita di tutti i giorni, gli parlo, gli mostro la città com’è divenuta, discuto con lui del mio lavoro, dei miei hobby, e alle volte, andiamo oltre la terrena pazzia e ridiamo, e fantastichiamo sull’avvenire che non abbiamo avuto, io e lui assieme, e quindi all’interno della famiglia. Suppongo m’accompagnerà fino alla fine del mio viaggio attraverso il tempo, in fondo è quanto può fare un padre.
Poi vorrei incontrare i colori, tutti, e bearmi con loro, ubriacarmi di luce e di tonalità, quindi chiedere ad ognuno di rivelarmi le alchimie nel fondersi con altri, i segreti più arcani, quelli che ancora non ho potuto penetrare con la fantasia e col pennello.
A notte fonda vorrei incontrare le sette sorelle che salgone e scendono la scala musicale, e assieme a loro vorrei comporre quella melodia ch’è inquietudine e tenerezza interiore che m’accompagna. Vorrei svelare il dialogo che l’uomo tiene in ombra, diffonderlo e rispondere alla domanda d’amore che da secoli egli pone a sè stesso e a tutti gli altri.
Poi vorrei incontrare Celeste, la figlia che non ho avuto, concepita ma volata via prima di arrivare alla luce. Sì vorrei vederla, carezzarla con lo sguardo e dirle piano quanto mi manca, girarle attorno ginocchioni, piano, per non turbarla.
Vorrei incontrare Gesù per riferirgli cose che già sa di noi tutti, per lamentarmi come sempre e come farebbero tutti. Vorrei lodarlo per quello che per me rappresenta; un rivoluzionario non violento che ha cercato d’insegnarci l’uguaglianza, un minimo di socialità, l’amore per il genere umano. Poi vorrei fargli una domanda - La tua scelta è valsa la pena?-
Vorrei ritrovare Roberto, l’amico di cento ragazzate e di lavoro, vorrei abbracciarlo e dirgli, gridargli - “non dovevi impiccarti nel garage perché eri gay, eri comunque un uomo. Guarda noi cosa siam capaci di fare pur di continuare a vivere”.
Infine alle prime luci dell’alba vorrei incontrare coloro che son anime care ormai, quindi tutti coloro che conosco e anche le persone e che dovrò conoscere. Anche tutti coloro che ho letto, che ho ammirato, che ho cantato, che ho amato, pensato, emulato, bestemmiato e maledetto anche. Vorrei incontrarvi tutti, fratelli e sorelle che mi spuntate da ogni parte tra la nebbiolina. Vi verrei incontro con gavettini di caffè fumante e una stretta di mano.
Leo Farinelli