
Il RIPOSTIGLIO DEGLI ATREZZI
“Il concepimento”
Da qualche tempo l’esercito tedesco e quello di liberazione, avevano preso a spedirsi acciaio incandescente su di un fronte molto esteso, linea che attraversava tutta la Romagna e proprio in quei giorni, quella micidiale corrispondenza, si accaniva a cadere anche sulla città di Forlì e a caso, sulle campagne e paesi vicini.
Anche quella mattina di metà ottobre del 1944 e come accadeva sempre all’improvviso, nell’intenso agreste silenzio, cannoni e mortai avevano ripreso a lanciare nelle invisibili, ma calcolate parabole, i loro mortali saluti ai dovuti indirizzi.
Chissà per quale nascosta strategia era successo, ma proprio il paese di S. Tomè, un raccolto di case coloniche distribuite sui campi, si era trovato a fare da bersaglio a un copioso e insolito tiro d’artiglieria. In pochissimo tempo, gli abitanti e gli sfollati ospitati, erano fuggiti dalle case cercando e trovando un immaginario rifugio nei campi, dentro ai fossi, nelle stalle, nel fondo di buie cantine, calandosi dentro ai pozzi dell’acqua.
Tra quegli sfollati c’erano anche i miei futuri genitori, il ventitreenne Rino Farinelli e Rosa Manbelli coi suoi vent’anni, e colui che avrei trovato come fratello, Gaetano, nato tre anni prima. Erano anch’essi fuggiti dalla città perché rimasti senza dimora, andata distrutta sotto un pesante bombardamento. In quella vicina campagna, una famiglia di contadini (il più anziano di loro era detto “Angiulì”), li aveva accolti e ospitati in cambio dell’aiuto che potevano dare nei lavori di casa e nei campi.
In quel momento essi si trovavano dietro il casale intenti ad accatastare la legna per l’inverno, ma appena sentita la pioggia di granate, avevano afferrato al volo Gaetano ed erano fuggiti verso l’aia, dopo averla attraversata si erano precipitati dentro alla stalla.
Là, in fondo al locale e vicino allo spazio destinato a dispensa e granaio, vi era ancora spazio libero da persone e dopo aver scantonato le mucche, spostata la carriola e alcuni attrezzi, erano affondati tra la paglia, distesi e stretti l’uno all’altro.
Ad ogni esplosione vicina, tutto tremava e scricchiolava, lo spostamento improvviso dell’aria comprimeva lo stomaco, il petto, le orecchie delle persone e degli animali. In risposta allo schianto e subito dopo, si alzava il brusio di bocche che masticavano preghiere o brutali, disperate bestemmie, mentre più alte di tono galleggiavano nell’aria le urla spaurite dei bambini e il muggire delle mucche.
Lì, rincantucciati in quell’angolo e dopo qualche minuto trascorso a sussurrarsi parole di incoraggiamento, i loro corpi così vicini avevano cominciato a trasmettersi non solo coraggio, ma anche emozioni e calore e mamma Rosa, prima incredula, poi cosciente e turbata, aveva sentito premere contro di sé e insistentemente non solo il corpo eccitato di babbo Rino, ma anche il suo sesso palpitante e sassoso che le bussava alla coscia.
Per un paio di minuti aveva taciuto e confidato invano in una naturale ritirata del martellante guerriero, poi raccolto il disagio e altro coraggio, in un lungo sussurro aveva detto all’orecchio del pressante marito:
-Ma sei diventato matto? Con quello che ci sta piovendo addosso...non possiamo farlo, c’è il bambino, c’è la gente che va e viene, sono irrigidita per la paura che saltiamo tutti in aria...abbiamo i piedi nel letame e tu mi fai sentire le tue voglie! -
Riportato alla realtà delle cose, per qualche secondo babbo Rino aveva cessato di pretendere e si era scostato dal corpo che l’aveva acceso.
Probabilmente però, ormai troppo eccitato, non era riuscito nell’intento di rimandare l’arrembaggio e nel nuovo, improvviso assalto aveva fatto saltare le difese di mamma Rosa che dopo breve resistenza fisica e senza altri validi argomenti, inerme, aveva sospinto di lato Gaetano, poi si era disposta e accolto quel sesso in un frettoloso, sopportante, distratto abbraccio.
Nello stesso momento in cui babbo Rino si stava preparando per interrompere il coito, come era solito fare ed eiaculare nella paglia, era esplosa la granata a pochi centimetri dalla stalla, tutto e tutti erano barcollati e poi si era scatenato il pandemonio.
La porta che prima si apriva davanti alla dispensa era stata strappata dai cardini ed era volata in pezzi all’interno del locale e tutt’intorno. Una grossa scheggia di quel legno era finita lassù, contro un sacco di grano che si era rotto e i semi, sciolti dallo stretto abbraccio di iuta, erano caduti a cascata proprio sulla schiena di babbo Rino che credendo ad un crollo del soffitto, aveva contratto le reni e stretto a sé l’amata per proteggerla.
Quella ulteriore e forzata manifestazione di ardore, gli aveva impedito di compiere la dovuta e previdente manovra di distacco, al contrario, l’abbraccio ne aveva facilitato un’altra, e permesso il deposito del seme ove era naturalmente destinato.
Indifferenti del trambusto generale, per un paio di minuti erano rimasti così, audacemente allacciati e felici per lo scampato pericolo, poi sommessamente e a lungo avevano riso per l’imprevista ed esplosiva volontà del caso, che li aveva obbligati ad una involontaria e temuta semina.
L’anno dopo, nel mese di luglio, da quella seminagione nascevo io, inconsapevole scheggia umana finita tra le braccia e sul cammino di una giovane coppia, preda di tragici eventi e di irrinunciabili istinti.
Ogni volta che la mente rispolvera quell’episodio che conosco fin dall’infanzia, mi soffermo a pensare alla strana ma rigorosa alchimia che mi ha condotto sulla terra. Giro e rigiro attorno a quel singolare evento, che ha voluto un uomo e la sua donna coinvolti in un bombardamento e che lui, stranamente, fosse preda di un incalzante eccitazione sessuale.
Sono turbato da quel puntuale scoppio di granata e colpito anch’io dallo stesso pezzo di legno che strappa il sacco di grano, che innesca meccanismi tanto precisi, capaci di inchiodare mio babbo ove era penetrato, perché io potessi divenire.
Sì, devo confessare che in quei momenti di proiezione immaginaria, mi trovo a pensare che l’accaduto non può essere addebitato solo al concerto di svariati casi, ma probabilmente anche a una arcana e lontana volontà. Leo Farinelli
“Il concepimento”
Da qualche tempo l’esercito tedesco e quello di liberazione, avevano preso a spedirsi acciaio incandescente su di un fronte molto esteso, linea che attraversava tutta la Romagna e proprio in quei giorni, quella micidiale corrispondenza, si accaniva a cadere anche sulla città di Forlì e a caso, sulle campagne e paesi vicini.
Anche quella mattina di metà ottobre del 1944 e come accadeva sempre all’improvviso, nell’intenso agreste silenzio, cannoni e mortai avevano ripreso a lanciare nelle invisibili, ma calcolate parabole, i loro mortali saluti ai dovuti indirizzi.
Chissà per quale nascosta strategia era successo, ma proprio il paese di S. Tomè, un raccolto di case coloniche distribuite sui campi, si era trovato a fare da bersaglio a un copioso e insolito tiro d’artiglieria. In pochissimo tempo, gli abitanti e gli sfollati ospitati, erano fuggiti dalle case cercando e trovando un immaginario rifugio nei campi, dentro ai fossi, nelle stalle, nel fondo di buie cantine, calandosi dentro ai pozzi dell’acqua.
Tra quegli sfollati c’erano anche i miei futuri genitori, il ventitreenne Rino Farinelli e Rosa Manbelli coi suoi vent’anni, e colui che avrei trovato come fratello, Gaetano, nato tre anni prima. Erano anch’essi fuggiti dalla città perché rimasti senza dimora, andata distrutta sotto un pesante bombardamento. In quella vicina campagna, una famiglia di contadini (il più anziano di loro era detto “Angiulì”), li aveva accolti e ospitati in cambio dell’aiuto che potevano dare nei lavori di casa e nei campi.
In quel momento essi si trovavano dietro il casale intenti ad accatastare la legna per l’inverno, ma appena sentita la pioggia di granate, avevano afferrato al volo Gaetano ed erano fuggiti verso l’aia, dopo averla attraversata si erano precipitati dentro alla stalla.
Là, in fondo al locale e vicino allo spazio destinato a dispensa e granaio, vi era ancora spazio libero da persone e dopo aver scantonato le mucche, spostata la carriola e alcuni attrezzi, erano affondati tra la paglia, distesi e stretti l’uno all’altro.
Ad ogni esplosione vicina, tutto tremava e scricchiolava, lo spostamento improvviso dell’aria comprimeva lo stomaco, il petto, le orecchie delle persone e degli animali. In risposta allo schianto e subito dopo, si alzava il brusio di bocche che masticavano preghiere o brutali, disperate bestemmie, mentre più alte di tono galleggiavano nell’aria le urla spaurite dei bambini e il muggire delle mucche.
Lì, rincantucciati in quell’angolo e dopo qualche minuto trascorso a sussurrarsi parole di incoraggiamento, i loro corpi così vicini avevano cominciato a trasmettersi non solo coraggio, ma anche emozioni e calore e mamma Rosa, prima incredula, poi cosciente e turbata, aveva sentito premere contro di sé e insistentemente non solo il corpo eccitato di babbo Rino, ma anche il suo sesso palpitante e sassoso che le bussava alla coscia.
Per un paio di minuti aveva taciuto e confidato invano in una naturale ritirata del martellante guerriero, poi raccolto il disagio e altro coraggio, in un lungo sussurro aveva detto all’orecchio del pressante marito:
-Ma sei diventato matto? Con quello che ci sta piovendo addosso...non possiamo farlo, c’è il bambino, c’è la gente che va e viene, sono irrigidita per la paura che saltiamo tutti in aria...abbiamo i piedi nel letame e tu mi fai sentire le tue voglie! -
Riportato alla realtà delle cose, per qualche secondo babbo Rino aveva cessato di pretendere e si era scostato dal corpo che l’aveva acceso.
Probabilmente però, ormai troppo eccitato, non era riuscito nell’intento di rimandare l’arrembaggio e nel nuovo, improvviso assalto aveva fatto saltare le difese di mamma Rosa che dopo breve resistenza fisica e senza altri validi argomenti, inerme, aveva sospinto di lato Gaetano, poi si era disposta e accolto quel sesso in un frettoloso, sopportante, distratto abbraccio.
Nello stesso momento in cui babbo Rino si stava preparando per interrompere il coito, come era solito fare ed eiaculare nella paglia, era esplosa la granata a pochi centimetri dalla stalla, tutto e tutti erano barcollati e poi si era scatenato il pandemonio.
La porta che prima si apriva davanti alla dispensa era stata strappata dai cardini ed era volata in pezzi all’interno del locale e tutt’intorno. Una grossa scheggia di quel legno era finita lassù, contro un sacco di grano che si era rotto e i semi, sciolti dallo stretto abbraccio di iuta, erano caduti a cascata proprio sulla schiena di babbo Rino che credendo ad un crollo del soffitto, aveva contratto le reni e stretto a sé l’amata per proteggerla.
Quella ulteriore e forzata manifestazione di ardore, gli aveva impedito di compiere la dovuta e previdente manovra di distacco, al contrario, l’abbraccio ne aveva facilitato un’altra, e permesso il deposito del seme ove era naturalmente destinato.
Indifferenti del trambusto generale, per un paio di minuti erano rimasti così, audacemente allacciati e felici per lo scampato pericolo, poi sommessamente e a lungo avevano riso per l’imprevista ed esplosiva volontà del caso, che li aveva obbligati ad una involontaria e temuta semina.
L’anno dopo, nel mese di luglio, da quella seminagione nascevo io, inconsapevole scheggia umana finita tra le braccia e sul cammino di una giovane coppia, preda di tragici eventi e di irrinunciabili istinti.
Ogni volta che la mente rispolvera quell’episodio che conosco fin dall’infanzia, mi soffermo a pensare alla strana ma rigorosa alchimia che mi ha condotto sulla terra. Giro e rigiro attorno a quel singolare evento, che ha voluto un uomo e la sua donna coinvolti in un bombardamento e che lui, stranamente, fosse preda di un incalzante eccitazione sessuale.
Sono turbato da quel puntuale scoppio di granata e colpito anch’io dallo stesso pezzo di legno che strappa il sacco di grano, che innesca meccanismi tanto precisi, capaci di inchiodare mio babbo ove era penetrato, perché io potessi divenire.
Sì, devo confessare che in quei momenti di proiezione immaginaria, mi trovo a pensare che l’accaduto non può essere addebitato solo al concerto di svariati casi, ma probabilmente anche a una arcana e lontana volontà. Leo Farinelli

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